1. la felicità….e come ve la spiego la felicità adesso? 

    la felicità….e come ve la spiego la felicità adesso? 

  2. I triangoli sono la mia forma preferita,Tre punti dove si incontrano due linee.Alluce contro alluce, schiena contro schiena,Andiamo amore mio, è davvero tardi.
Combaciamo fino a domani mattina.

    I triangoli sono la mia forma preferita,
    Tre punti dove si incontrano due linee.
    Alluce contro alluce, schiena contro schiena,
    Andiamo amore mio, è davvero tardi.

    Combaciamo fino a domani mattina.

    (Source: indighos)

  3. (via niyalak)

  4.  
  5. "white moment"
  6. AAA Cercasi Pavone

    AAA Cercasi Pavone

    (Source: lalalalogblog)

  7. 
suck your lemonade in the sun
watch it run off your tongue

    suck your lemonade in the sun

    watch it run off your tongue

  8. dolphins and sirens

    dolphins and sirens

    (via mylifeisaphotograph)

  9. "May the Wind always be at your back and the Sun upon your face, and the winds of destiny carry you aloft to dance with the stars…"
    - Blow_2001
  10.  Forse l amore che intendo io è come..sapete come quando fai l’amore..e mentre lo facciamo mi dimentico di tutte le stronzate….Ci Siamo soltanto io e lei, in quel momento. E si io sento che mi perdo in lei, e sento che anche lei si perde dentro di me. E cazzo, siamo…sono due che si perdono insieme.

    Don Jon

  11. lavender1986:

photo @Raissa Biscotti - Alice Lizza 2011

Me

    lavender1986:

    photo @Raissa Biscotti - Alice Lizza 2011

    Me

  12. Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.
Banana Yoshimoto, Kitchen

    Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.

    Banana YoshimotoKitchen

  13. "È meglio accendere una lampada, che maledire l’oscurità."
    - Lao Tzu
  14. Questo è il ponte del silenzio: si chiama Queensboro bridge, unisce il Queens a Manhattan, da Long Island City alla 1st avenue, aprendosi sulla 59esima strada. Un ponte infinito, non troppo largo, asfissiante quando guardi in alto e c’è solo ferro. Ma è l’unico luogo di NY City nel quale ho sentito il silenzio per la prima volta.
Sono al 16 esimo miglio, quasi 26 chilometri percorsi, quando salgo su questo ponte. Lo start è distante 2 ore e 32 minuti per me e Claudio, senza il quale non avrei mai immaginato di poter compiere l’impresa, dopo 3 ore di attesa nell’alba gelida di Staten Island, il colpo iniziale e l’onda incontenibile di 50000 che si lanciano smaniosi sul Verrazzano bridge per poi immergersi nel cosmo multietnico di Brooklyn. 
Mio zio Carlo fece la maratona nell’86 ed io ero nata da poco. È lui che mi ha parlato per la prima volta, con gli occhi lucidi, del percorso, mostrandomelo su una vecchia cartina sbiadita che ha ancora affissa al muro.
A Brooklyn inizia la festa, ad ogni chilometro una band suona, un bambino cerca la tua mano, donne e uomini di ogni età gridano il tuo nome: è come se stessi correndo per ognuno di loro. Il ritmo incalza, i primi chilometri volano veloci, ci sono messicani, portoghesi, italiani, irlandesi,cornamuse batteria, deejay, sorrisi. Riprendo tutto con la gopro senza riuscire a togliermi un sorriso ebete, la pelle d’oca e le lacrime dagli occhi. Non sto correndo, mi immergo nell’energia informe di una città che amo da tempo. Poi arriva la perplessità e il distacco del quartiere ebreo poco prima dei colori su Bedford avenue, a Williamsburg, dove la strada si fa sempre più stretta e sembra di finire dentro un abbraccio caldo. Le gambe vanno da sole e sono distratta da cartelli ironici e dal rumore delle urla. È qui che si entra nel Queens, cambiano le facce, le nazionalità, gli sguardi. La voglia di incoraggiarti resta. Una donna urla “Alice, make this your wonderland”. Ho il nome sulla canotta, lo sento pronunciare continuamente, è il miglior modo per far sapere a chi ti guarda come incitarti.
Ad ogni chilometro cambia la musica, ci sono l’hiphop, vecchi pezzi dei rolling stones e dei led zeppelin, il gospel, i sax, il jazz le voci nere il ritmo dei Bonghi. Piango su un brano, mi ricorda di ricordare che non ci si deve arrendere mai. 
Ed è poco dopo quest’onda di sensazioni che si gira, i maratoneti si infilano sul Queensboro bridge ed è qui che si crea la magia.
Il ponte non ospita pubblico. Non ci sono ristori, acqua, sali. Non c’è rumore, si sentono solo i passi di chi sta correndo intorno a te. È come percorrere una navata sacra, nessuno parla, non c’è motivo di farlo. La prima immersione e i suoi primi 25 km sono stati rapidi, violenti e splendidi. E questo è il primo momento, dopo ore, in cui si rimane soli. Si digerisce l’emozione passo dopo passo, si inizia a sentire la fatica psicologica. “Quanto manca?” Lo skyline di Downtown scorre sulla sinistra, migliaia di gambe passano alla mia destra. C’è chi piange soffrendo, chi vomita, chi tira le gambe via dai crampi. Noi andiamo.
Ed è dopo più di un chilometro di ponte, quando inizia l’immensa curva che butta i maratoneti sulla first avenue, che capisco perché correre la maratona di NY sia un evento inspiegabilmente indimenticabile. 
Un boato, centinaia di migliaia di persone rompono il silenzio e spezzano la fatica. Manhattan da il benvenuto con un cheers liberatorio a tutti i runner che imboccano la strada più lunga e indimenticabile della gara. Impossibile non sorridere, stringere le mani, prendere pezzi di cibo che ti offre la gente. Ognuno è il protagonista di un tuo metro.
Una scia informe e colorata percorre Manhattan, sale ad Haarlem, raggiunge il Bronx. Tra il 29 esimo e il 35 esimo chilometro capisci se puoi farcela, mi dice Claudio, che è alla sesta maratona di New York e conosce ogni metro a memoria. Molti esplodono, lasciano la corsa iniziando a camminare. L’importante è tagliare il traguardo, ma io voglio farlo correndo. Si rientra a Manhattan e si costeggia l’Upper east side, qui si affaccia un’altra umanità, facce diverse, vestiti, cappelli, colori, ma il tifo non ha nome e non si ferma mai. È a 8 chilometri dal traguardo che si entra in Central park e tutti sembrano sempre più vicini. Si corre in un corridoio di mani e voci e inizio a costeggiare il bordo della pista, ho bisogno di coraggio, tutti ne hanno bisogno quando si è quasi all’arrivo, le caviglie iniziano a far male, il respiro si mischia allo sforzo.
Quando si esce sulla 59 esima strada c’è un’intera piazza ad acclamare, ed è qui che sparisce ciò che fa male: non esiste più il dolore, l’affanno, il sudore, il freddo. Corro, corriamo, si va al traguardo. 
È quando scorgo da lontano le tribune e la finishline che l’emozione torna inspiegabile. Pensi che ce l hai fatta, ce l’abbiamo fatta, Ny ci ha aiutati a farcela. 
Ho percorso per la prima volta 26.2 miglia in 4ore 8minuti e 23 secondi.
Ho fatto la prima maratona della mia vita nella città che mi fa sempre sentire a casa, perché è la casa di tutti, perché ognuno la rende casa propria.
Dopo il traguardo c’è il vuoto.
Le sensazioni si affievoliscono. Lentamente iniziano i dolori, l’acido lattico ti mangia le gambe, le articolazioni sembrano sgretolarsi. Il corpo piange mentre tu continui a ridere. Ma non importa, hai la tua medaglia pesante al collo, la tua coperta termica sulle spalle, gli ultimi metri prima di tornare a casa.
E mi ripeto in testa mentre il taxi si allontana dalla folla e i maratoneti continuano ad arrivare a migliaia: Non è la meta che conta, tutti arriveremo a destinazione, in un modo o nell’altro, ciò che conta è il percorso che ti porta fin là.

    Questo è il ponte del silenzio: si chiama Queensboro bridge, unisce il Queens a Manhattan, da Long Island City alla 1st avenue, aprendosi sulla 59esima strada. Un ponte infinito, non troppo largo, asfissiante quando guardi in alto e c’è solo ferro. Ma è l’unico luogo di NY City nel quale ho sentito il silenzio per la prima volta.
    Sono al 16 esimo miglio, quasi 26 chilometri percorsi, quando salgo su questo ponte. Lo start è distante 2 ore e 32 minuti per me e Claudio, senza il quale non avrei mai immaginato di poter compiere l’impresa, dopo 3 ore di attesa nell’alba gelida di Staten Island, il colpo iniziale e l’onda incontenibile di 50000 che si lanciano smaniosi sul Verrazzano bridge per poi immergersi nel cosmo multietnico di Brooklyn.
    Mio zio Carlo fece la maratona nell’86 ed io ero nata da poco. È lui che mi ha parlato per la prima volta, con gli occhi lucidi, del percorso, mostrandomelo su una vecchia cartina sbiadita che ha ancora affissa al muro.
    A Brooklyn inizia la festa, ad ogni chilometro una band suona, un bambino cerca la tua mano, donne e uomini di ogni età gridano il tuo nome: è come se stessi correndo per ognuno di loro. Il ritmo incalza, i primi chilometri volano veloci, ci sono messicani, portoghesi, italiani, irlandesi,cornamuse batteria, deejay, sorrisi. Riprendo tutto con la gopro senza riuscire a togliermi un sorriso ebete, la pelle d’oca e le lacrime dagli occhi. Non sto correndo, mi immergo nell’energia informe di una città che amo da tempo. Poi arriva la perplessità e il distacco del quartiere ebreo poco prima dei colori su Bedford avenue, a Williamsburg, dove la strada si fa sempre più stretta e sembra di finire dentro un abbraccio caldo. Le gambe vanno da sole e sono distratta da cartelli ironici e dal rumore delle urla. È qui che si entra nel Queens, cambiano le facce, le nazionalità, gli sguardi. La voglia di incoraggiarti resta. Una donna urla “Alice, make this your wonderland”. Ho il nome sulla canotta, lo sento pronunciare continuamente, è il miglior modo per far sapere a chi ti guarda come incitarti.
    Ad ogni chilometro cambia la musica, ci sono l’hiphop, vecchi pezzi dei rolling stones e dei led zeppelin, il gospel, i sax, il jazz le voci nere il ritmo dei Bonghi. Piango su un brano, mi ricorda di ricordare che non ci si deve arrendere mai.
    Ed è poco dopo quest’onda di sensazioni che si gira, i maratoneti si infilano sul Queensboro bridge ed è qui che si crea la magia.
    Il ponte non ospita pubblico. Non ci sono ristori, acqua, sali. Non c’è rumore, si sentono solo i passi di chi sta correndo intorno a te. È come percorrere una navata sacra, nessuno parla, non c’è motivo di farlo. La prima immersione e i suoi primi 25 km sono stati rapidi, violenti e splendidi. E questo è il primo momento, dopo ore, in cui si rimane soli. Si digerisce l’emozione passo dopo passo, si inizia a sentire la fatica psicologica. “Quanto manca?” Lo skyline di Downtown scorre sulla sinistra, migliaia di gambe passano alla mia destra. C’è chi piange soffrendo, chi vomita, chi tira le gambe via dai crampi. Noi andiamo.
    Ed è dopo più di un chilometro di ponte, quando inizia l’immensa curva che butta i maratoneti sulla first avenue, che capisco perché correre la maratona di NY sia un evento inspiegabilmente indimenticabile.
    Un boato, centinaia di migliaia di persone rompono il silenzio e spezzano la fatica. Manhattan da il benvenuto con un cheers liberatorio a tutti i runner che imboccano la strada più lunga e indimenticabile della gara. Impossibile non sorridere, stringere le mani, prendere pezzi di cibo che ti offre la gente. Ognuno è il protagonista di un tuo metro.
    Una scia informe e colorata percorre Manhattan, sale ad Haarlem, raggiunge il Bronx. Tra il 29 esimo e il 35 esimo chilometro capisci se puoi farcela, mi dice Claudio, che è alla sesta maratona di New York e conosce ogni metro a memoria. Molti esplodono, lasciano la corsa iniziando a camminare. L’importante è tagliare il traguardo, ma io voglio farlo correndo. Si rientra a Manhattan e si costeggia l’Upper east side, qui si affaccia un’altra umanità, facce diverse, vestiti, cappelli, colori, ma il tifo non ha nome e non si ferma mai. È a 8 chilometri dal traguardo che si entra in Central park e tutti sembrano sempre più vicini. Si corre in un corridoio di mani e voci e inizio a costeggiare il bordo della pista, ho bisogno di coraggio, tutti ne hanno bisogno quando si è quasi all’arrivo, le caviglie iniziano a far male, il respiro si mischia allo sforzo.
    Quando si esce sulla 59 esima strada c’è un’intera piazza ad acclamare, ed è qui che sparisce ciò che fa male: non esiste più il dolore, l’affanno, il sudore, il freddo. Corro, corriamo, si va al traguardo.
    È quando scorgo da lontano le tribune e la finishline che l’emozione torna inspiegabile. Pensi che ce l hai fatta, ce l’abbiamo fatta, Ny ci ha aiutati a farcela.
    Ho percorso per la prima volta 26.2 miglia in 4ore 8minuti e 23 secondi.
    Ho fatto la prima maratona della mia vita nella città che mi fa sempre sentire a casa, perché è la casa di tutti, perché ognuno la rende casa propria.
    Dopo il traguardo c’è il vuoto.
    Le sensazioni si affievoliscono. Lentamente iniziano i dolori, l’acido lattico ti mangia le gambe, le articolazioni sembrano sgretolarsi. Il corpo piange mentre tu continui a ridere. Ma non importa, hai la tua medaglia pesante al collo, la tua coperta termica sulle spalle, gli ultimi metri prima di tornare a casa.
    E mi ripeto in testa mentre il taxi si allontana dalla folla e i maratoneti continuano ad arrivare a migliaia: Non è la meta che conta, tutti arriveremo a destinazione, in un modo o nell’altro, ciò che conta è il percorso che ti porta fin là.